Spicchi di Musica

If you can dream it, you can do!

A Tribute to John Martyn

JohnMartin

Tributo ad un grande artista che ci manca tanto, dotato di una voce straordinaria ed unica, John Martyn sapeva imprimere alla sua musica un ritmo ed un incedere quasi catartico, equamente diviso tra folk, blues, jazz e musica elettronica, un tributo a tratti convincente con i limiti naturali di doversi confrontare con gli originali entrati ormai nell’immaginario collettivo. Un buon lavoro in ogni caso.

Iain David McGeachy in arte John Martyn, chitarrista e songwriter anglo/scozzese è stato un musicista di culto che ha influenzato schiere di artisti, certamente tutti coloro i quali si volevano misurare con qualche cosa di diverso dal folk rock di quegli anni, infatti, Martyn ha traghettato il folk verso quei territori che incrociavano con il blues, il jazz, il reggae, dub e perfino il trip-hop (da molti viene considerato il suo inventore), il tutto inanellato con personalità, raffinatezza e ricerca sonora a tal punto da farne un marchio distintivo. Ciò nonostante John non è mai assurto ai clamori del music business, anche se ne avrebbe avuto facoltà, forse proprio perché è stato un anticipatore e sperimentatore ed è risaputo che chi corre troppo in avanti spesso non viene compreso e quindi non raccoglie consenso nel proprio tempo. I suoi dischi però rimangono a testimonianza del suo genio creativo e capolavori come Bless The Weather (1971), Solid Air (1973), Inside Out (1973), One World (1977) dovrebbero essere tra i pilastri in ogni discoteca ideale.

Martyn dopo una vita di abusi (alcool, droghe) e sfortune (aggressioni subite, amputazione di un arto - sarà un caso ma è nato l’11 settembre?!) ci ha lasciato due anni orsono per una doppia polmonite ed ora alcuni amici, collaboratori, o più semplicemente artisti che hanno conosciuto ed apprezzato la sua arte, decidono di onorare la sua memoria con questo cofanetto intitolato
Johnny Boy Would Love This…A Tribute to John Martyn che include due CD digi-pack (con libretto raffinato di quaranta pagine dalla grafica elegante) e un bello e lungo DVD con interviste agli artisti coinvolti, quattro video del tributo e rare performance video dello stesso John, che tra l’altro appare alla chitarra in due dei brani registrati poco prima di andarsene. Nei confronti dei tributi arricciamo spesso il naso in quanto a volte sottendono ad operazioni commerciali di basso lignaggio, oppure in altri casi il progetto, seppur partito con le migliori intenzioni, non raggiunge l’obiettivo e anche in questo caso, da grandi fan di Martyn, abbiamo corrugato la fronte dopo aver scorso rapidamente i nomi degli artisti coinvolti, su tutti lasciavano sensazioni non del tutto incoraggianti i nomi di Phil Collins, Morcheeba, Nutini, Bonamassa, oltre ad un certo numero di personaggi abbastanza, se non totalmente, sconosciuti.

Ma
Jim Tullio, produttore e musicista nonché grande amico di John, ha coordinato il progetto con abilità cercando d’inserire artisti che amano veramente la musica di Martyn e questa è la carta vincente del lavoro. E’ stato sufficiente l’ascolto del primo CD e già un certo senso di soddisfazione iniziava a far capolino per poi trasformarsi in buone vibrazioni dopo le seconde quindici interpretazioni ed infine il tutto andava a consolidarsi in una buona valutazione complessiva al termine della visione del prezioso documento su DVD.

La scelta dei brani non poteva che essere comprensibilmente deficitaria, forse un terzo CD audio avrebbe colmato qualche lacuna di brani importanti non contemplati, ma condensare la sapienza musicale di JM in trenta canzoni non poteva che lasciare qualche incompletezza.

Dando solo qualche indicazione e lasciando come sempre la scoperta complessiva dell’opera ai lettori interessati all’opera posso dire che ci sono alcuni brani di sorprendente qualità, a cominciare da una eccellente
Glorious Fool (cover dell’anno) che Sam Butler e Clarence Fontain (Blind Boys of Alabama) rivestono di negritudine soul blues, Beck ci ricorda che, se vuole, sa essere un grande folk singer con una Stormbringer da menzione, Roberth Smith (Cure) veste Small Hours di piacevoli tinte new wave, la coppia da sogno Glen Hansard e Markéta Irglová (The Swell Season) ci regala una “circolare”, ipnotica versione di I Don’t Want To Know, Skye (Moorcheeba) propone una solida e rigorosa Solid Air, ottimo anche Paolo Nutini in One World e Bonamassa è onesto in The Easy Blues, pezzo più blues del lotto. Ma sono le donne e i giovani ad impressionare per profondità e passione, Cheryl Wilson sopra tutte con una toccante e potente You Can Discover che vede lo stesso Martyn contribuire con il suo picking chitarristico inconfondibile e prezioso, poi Lisa Hannigan, davvero evocativa la sua Couldn’t Love You More, Beth Orton non smentisce la sua classe in Go Down Easy e Vashti Bunyan ci fa rimpiangere la lunga assenza dalle scene con la sua rigorosa presenza folk ammantata di antico in una “sospirata” Head and Heart.

Dicevamo dei giovani interpreti, tutti da apprezzare e tenere sotto controllo in futuro, in particolare
Nicholas Barrow che emoziona con una versione pianistica e Morrisoniana di Angeline, bella voce, ma anche l’irlandese Ultan Conlon, che già si esibì live con Martyn, il quale ci consegna una delle cose più delicate dell’album con Back To Stay. Bene anche Snow Patrol e Vetiver e lo stesso Jim Tullio in Road to Ruin.

Concludendo l’unica delusione è proprio
Phil Collins che propone un brano che JM aveva abbozzato e che lui “finisce” di scrivere appesantendolo con l’ennesimo arrangiamento in cui, una volta di più, si ascoltano le sonorità a là In The Air Tonight delle quali non ne possiamo più, poco male, pur sottolineando in chiusura l’assenza di Clapton, che avrebbe potuto anche spendersi in un ricordo dell’amico e di Levon Helm, per motivi di problemi alla voce, si ha l’impressione, di rimando al titolo del cofanetto, che Johnny Boy avrebbe apprezzato, probabilmente, incorreggibile, si sta facendo un paio di brandy alla salute della bella brigata.

Gianni Zuretti


(Recensione pubblicata da Buscadero n° 338 ottobre 2011)

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Reviews

Happy Birthdays Mr. Dylan!!!


Tribute to Bob Dylan


Fiumi d’inchiostro, milioni di pagine, tesi di laurea, chilometri di pellicola, discussioni infinite sono stati spesi per decenni nel tentativo di contornare il profilo musicale, umano dell’artista Dylan, forse mai nessuno ha avvicinato l’essenza del più importante ed influente artista nell’ambito della popular music, tutti si sono inconsciamente tenuti a distanza di sicurezza per non incorrere nel “vilipendio alla religione”; molti lo hanno esaltato, altri vituperato, Bob Dylan o lo ami o lo detesti ma una cosa è certa: le sue oltre 500 canzoni, scritte in cinquant’anni di carriera, hanno tracciato un solco nel quale due generazioni di musicisti hanno saldamente piantato le barbatelle della propria arte. Sfumata l’eccitazione per le celebrazioni per il suo settantesimo compleanno andiamo, ancora una volta, alla prova provata della grandezza di mastro Bob, vale a dire quanto immense siano le sue canzoni, infatti, è proprio dall’ascolto delle stesse interpretate da altri che comprendiamo perché, al di la del tifo, Dylan sia stato in ogni decennio il riferimento per chi si è avvicinato alla musica americana. 

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Stay tuned!

Gianni Zuretti

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