Ian Foster

Ecco il segreto meglio custodito proveniente dal lontano Canada, più precisamente dall'isola di Terranova/Labrador, terra di freddi inverni carichi di neve e venti dal nord, musica folk pop raffinata che avvolge e scalda il cuore, scritta con passione da un musicista e letterato che scrive anche racconti e novelle, Ian Foster conosce il fatto suo e siamo certi che uscirà quanto prima dall'anonimato.
Ma quanto è bello questo disco!? Abbiamo incontrato per la prima volta Ian Foster, strepitoso quanto misconosciuto songwriter canadese di St. John’s (Terranova / Labrador), ascoltando e recensendo Room In The City (2008), il suo bellissimo terzo lavoro, un disco che ci rapì all’istante facendoci capire di trovarci di fronte ad un artista che dovevamo assolutamente condividere con gli amici e con tutti gli amanti della musica di qualità, quella che non si sbandiera e che spesso scorre, come un fiume carsico, quasi sempre sotterranea e che talvolta emerge per la gioia di pochi intimi. Da allora abbiamo seguito il giovane ma maturo Ian con entusiasmo, anche nell’unica (ahimè) tournee italiana e nell’episodio che seguì We Begin Here (2010), un altro buon disco che rischia di non essere ascoltato non avendo avuto una distribuzione, condizione indispensabile per farsi notare dalle nostre parti.
Continua a leggere qui: Mescalina
Stay tuned!
Gianni Zuretti
Young Runners
Sotto questa rubrica dal nome self explainig iniziamo la pubblicazione di recensioni dedicate a giovani songwriters che, per qualità della loro scrittura e per le doti interpretative di indubbia qualità, lasciano intravedere possibilità di un percorso che potrebbe portarli ad assurgere agli onori della cronaca musicale anche se siamo perfettamente consapevoli che non sempre la qualità e l’impegno vengono premiati dai media, affinché escano dall’anonimato, e conseguentemente dal pubblico.
Iniziamo con questo articolo pubblicato su Buscadero, che senza ombra di smentita è la rivista cartacea orientata alla musica Americana più autorevole in Europa. www.buscadero.com e lo facciamo con questo giovane e talentuoso cantautore basato a Boulder (Colorado).

Gregory Alan Isakov
This Empty Northern Hemisphere
Gregory Alan Isakov
***
There’s a new songwriter in town. Gregory Alan Isakov, sudafricano di nascita ma da tempo negli States, ora in quel di Boulder (CO), ha all’attivo tre dischi realizzati tra il 2003 e il 2007 che però non lo avevano posto sotto i riflettori di un pubblico e di una critica sempre attenti a illuminare con le torce puntate alla ricerca del “segreto meglio custodito”. I primi due lavori apparivano abbastanza comuni, in parte immaturi, ma già dal terzo That Sea, The Gambler (2007), che consiglio vivamente di recuperare, si percepiva nella voce e nelle melodie di questo giovane ragazzo una forza che sarebbe esplosa a breve. Di certo se ne accorse Brandi Carlile che lo volle ad aprire il suo tour americano e tra loro è nato evidentemente un buon feeling artistico, tanto che la Carlile appare alle voci in ben cinque brani del nuovo album. Ecco ora il quarto lavoro, This Empty Northern Hemisphere, buon titolo, un album che con un poco di ritardo diventa finalmente disponibile nel nostro paese a seguito del recente mini tour di Isakov “strappato” al tour europeo dal bravo Carlo Carlini, sempre attento a setacciare pepite d’oro dal Ticino.
Registrato in situazioni diverse, spesso informali, compreso nella casa di Brandi, il disco incanta per il gran numero di canzoni che testimoniano quanto la penna di G A Isakov sia davvero ispirata, la sua voce è trasparente, salda, accarezza e ferisce, a volte ricorda le punte acute di Damien Rice mentre il mood complessivo delle canzoni si muove in ambito alternative folk con particolare focus su melodie toccanti venate di malinconia, supportate principalmente da arrangiamenti acustici (chitarra, piano, banjo, mandolino, contrabbasso) con spruzzate dosatissime di archi, rhodes, accordion e sapienti aperture elettriche per un insieme che ti costringe a ripetuti ascolti. Un disco che ti suggerisce visioni di paesaggi, per certi aspetti ripropone suggestioni riconducibili, seppur meno drammatiche, a Into The Wild, si immaginano le montagne e le foreste del Colorado o del Montana, si entra in un loop auditivo/visivo di benefica malinconia.
Tra le canzoni, che sono tutte di delicata bellezza, rubano la scena il crescendo dell’iniziale Dandelion Wine, l’ariosa e preziosa vocalità di Gregory in Light Year, la strepitosa la ballata folk jazz Words , la commovente If I Go, I’m Going, e la conclusiva One Of Us Cannot Be Wrong, cover dal primissimo album di Leonard Cohen (1967), in una interpretazione intensa che lascia le note sospese nell’aria.
In conclusione un disco di ricercata bellezza, da consumare in attesa del nuovo lavoro che l’artista, durante il tour, ha riferito essere in gestazione avanzata, i fortunati che hanno assistito al suo concerto hanno scoperto la bravura e la semplicità di un personaggio davvero di spessore, agli altri non resta che verificarlo procurandosi almeno questo bellissimo ed intimo lavoro. Per trovare i suoi CD consiglio di consultare: www.caru.com
Gianni Zuretti
(Pubblicata su: Buscadero numero Luglio/Agosto 2011)